06-11-2004

 

 

Breve Saggio Sul Tema Dell’Incomunicabilita’

 

Michelangelo Antonioni, il grande antesignano

 

 

C’e’ una ristrettissima categoria di cineasti che hanno avuto il merito di intuire, prevedere, mettere a nudo, in netto anticipo sui tempi, comportamenti all’interno di contesti sociali, quasi fossero ‘sorta di medium’ aventi il dono di predire mode, nevrosi e cambiamenti concernenti la societa’ del futuro.

Michelangelo Antonioni appartiene, rigorosamente, a questa categoria.

Antonioni ebbe l’incontestabile merito, oltre 40 anni fa, di porre, con gelido cinismo ma al contempo innata sensibilita’ psico-analitica, l’uomo-spettatore di fronte ad un ‘male’ assai sottovalutato e mai affrontato con sufficiente spirito critico: l’incomunicabilita’.

Si, perche’ proporre in piena era di ‘boom-economico’, esso indiscusso sinonimo di benessere e costante ripresa sociale, films come ‘L’AVVENTURA’, ‘LA NOTTE’ e ‘L’ECLISSE’ (rispettivamente del 1960, 1961 e 1962) significava voler aprire, all’interno della coscienza popolare, uno squarcio di oscura, scomoda verita’, ai piu’ ancora invisibile, sorta di presagio in attesa di materializzarsi in un futuro non molto lontano. ‘L’AVVENTURA’, ‘LA NOTTE’ e ‘L’ECLISSE’ rappresentano, idealmente, la ‘triade sul tema dell’incomunicabilita’’: spaccati di ‘post-neo-realismo’ in cui vengono fusi tasselli di ‘tetra simbologia’: ad Antonioni non interessa sottostare a cliche’s fin troppo comuni alla Settima Arte, quali l’obbligo di costruire una trama efficace che coinvolga sapientemente lo spettatore, no!: Antonioni ama ‘raccontare’ travagli psichici ed insicurezze di una ‘generazione spaccata ed isolata’ attraverso sublimi forme di astrattezza: una ‘tecnica narrativa’ inaudita, per quei tempi. La strabiliante abilita’ del regista ferrarese verte nel saper egregiamente focalizzare gesti e sguardi ‘magneticamente’ enigmatici, inspiegabili, difficilmente interpretabili, quasi ‘nascosti’: un ‘percorso nei meandri dell’anima’ carico di minuziosi indizi, che il regista ‘sparge’ lungo il corso delle sue tribolate opere: le persone si cercano, si dividono, danno vita a storie d’amore, ma senza che si materializzi un legame atto a certificarne l’umanita’ dei soggetti coinvolti ed il loro desiderio di socializzazione: emerge, in questo traballante contesto, l’unica vera certezza, l’unica ‘icona’ fungente da ‘comune denominatore esistenziale’: l’incomunicabilita’. Un’incomunicabilita’ che regna sovrana, si incunea nella mente dell’individuo, atrofizza, prima, ed annulla, poi, ogni suo sentimento, ogni sua sensazione: ne consegue una spietata ‘indifferenza emotiva’, che rende tutto l’ecosistema sociale statico, inerte, vegetale, cinicamente inespressivo. Morto. Magistrale e’, in questo senso, la parte finale in ‘L’ECLISSE’: Antonioni qui dimostra il suo immenso talento di ‘sensibilissimo osservatore dell’animo umano’ dipingendo un quadretto di ‘gelida antitesi alla vita’: una lunga, silenziosissima scena in cui non appare alcun attore, solo fredde, quasi impersonali inquadrature di anonima gente che va e viene, lavoratori attendenti il proprio autobus, alcuni salgono, altri scendono, mentre la sera cala impietosamente; i lampioni prima spenti ora illuminano una strada semi-deserta: i due protagonisti della pellicola avrebbero dovuto incontrarsi per chiarirsi definitivamente, onde porre fine ad una infinita sequela di incomprensioni e litigi amorosi. Ma nessuno dei due amanti si presentera’ all’appuntamento e tutto finisce senza… finire… L’unicita’ di questa sequenza (caso pressoche’ unico nella Storia del Cinema, considerato che l’ECLISSI fu diretto nel 1961!…) attesta l’innegabile attitudine di Antonioni nei confronti dell’’inesistenza sociale’ costituita da oggetti in movimento, insetti, alberi, acqua: la pellicola assume toni ‘inorganici’, strettamente legati al concetto di impossibilita’’ da parte dell’uomo, sempre piu’ disorientato e solo, di trovare una plausibile, logica giustificazione alle proprie azioni, ai propri sentimenti. In definitiva, ‘L’ECLISSE’ rivela quel ‘sentimento di sospensione emotiva’ che trovera’ massima espressione in ‘BLOW UP’ (1966), film in cui incompiutezza ed astrattezza si riveleranno elementi inscindibili.

Nessun cineasta, al pari di Michelangelo Antonioni, ha mai cosi’ spudoratamente incentrato le proprie visioni sul significato che un semplice gesto od inquadratura potessero assumere, insegnando al Cinema (americano, soprattutto) quanto arditamente, tragicamente complessa fosse la mente umana: mente che il grande regista ha pervicamente cercato di scindere, ricomporre e poi di nuovo scindere, senza mai giungere (volutamente?…) ad una risposta definitiva, in quanto, nell’arte cinematografica di Antonioni, nulla deve (e dovra’) essere considerato definitivo!…

E cosa c’e’ di ‘meno definitivo’ e piu’ incompiuto della nostra a noi cosi’ cara materia grigia?…

 

ALAN J-K-68 TASSELLI (LUCA COMANDUCCI)

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